Come la tecnologia sta trasformando il rapporto tra Partiti politici e cittadini

Discorso tenuto al Forum Nazionale del Partito Democratico il 27/10/2018 sul tema: Serve ancora la politica o basta la rete?

Articolo pubblicato su Digital Lobbying Blog

Per capire le mutazioni introdotte dalla tecnologia nel rapporto tra politica e cittadinanza è necessario partire dalla definizione del concetto di Psicopolitica introdotto dal filosofo coreano Byung-Chul Han in due libri illuminanti: Nello sciame: visioni del digitale e appunto, Psicopolitica.

L’arrivo del web 2.0 e dei Big Data ha consentito alle organizzazioni politiche di conoscere abitudini, intenzioni e pensieri di cittadini ed elettori in modi che non hanno precedenti nella storia dell’umanità.

Sino alla diffusione dei social media erano le organizzazioni (aziende, partiti, sindacati) e le istituzioni (carceri, ospedali, scuole) a interrogare i soggetti a cui erano interessate per ottenere informazioni su di loro. La rivoluzione digitale ha completamento ribaltato questo assetto. Infatti, oggi sono i soggetti che comunicano volontariamente e intensamente sé stessi: abitudini, opinioni, pensieri, intenzioni.

Gli studiosi delle strutture di potere di cui Han fa parte direbbero che c’è stata una trasformazione nei modi di esercizio del potere inteso come capacità tecnica di strutturare il campo d’azione degli altri.

Ecco dunque che inizia a delinearsi il significato del concetto di Psicopolitica, ossia la capacità del potere politico ma non solo, di avere accesso ai nostri contenuti psichici e di fare previsioni sui comportamenti individuali e collettivi attraverso l’analisi dei Big Data.

Queste enormi potenzialità del tecnologico applicato al politico mutano radicalmente il ruolo della rappresentanza e in particolare del rapporto tra partiti ed elettorato fino a minacciarne, secondo le visioni più radicali, l’esistenza.

Gli esempi contemporanei però, non ci dicono che la tecnologia disintermedia il rapporto tra partiti politici e cittadini ma al contrario che lo intensifica e lo incita, facendo emergere forme nuove e creando l’opportunità di interazione basata sulla conoscenza di dati accurati.

Per esempio, durante la campagna elettorale del 2008 Barack Obama si è dotato di uno staff tecnologicamente competente la cui strategia non era quella di utilizzare la tecnologia esclusivamente per veicolare i messaggi del leader ma piuttosto, quella di ideare app e piattaforme per connettere la base, organizzare eventi e raccogliere fondi in maniera efficiente ed efficace. Tuttavia, mentre nel 2008 l’accesso della popolazione ai social media presentava percentuali ancora ridotte, durante la competizione elettorale del 2012, la maggioranza degli adulti statunitensi era iscritta a Facebook. Ecco che lo staff di Obama si fece trovare preparato potenziando gli strumenti di interazione digitale tra partito e base per irrobustire di conseguenza la rete fisica.

Obama ha dato il via alla creazione di una cultura tecnologica all’interno del Partito Democratico Americano che oggi è diventata Know-how, tanto da portare il partito a fondare nel 2017 l’incubatore di start-up tecno-politiche Higher Ground Lab. Da CallTime.AI, che attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale aggrega milioni di dati pubblici, sociali e politici andando a costituire i profili precisi dei donatori ottimizzando l’attrazione di fondi, a GrowProgress, che è in grado di definire i tratti psicologici degli elettori e personalizzare al meglio il servizio di messaggistica a loro dedicato.

Inoltre, per la campagna elettorale statunitense del 2020 si immaginano forme ancora più evolute di mediazione tra partiti politici e cittadinanza. Infatti, nell’ultimo numero dell’MIT Technology Review si delinea la possibilità di organizzare dibattiti con la cittadinanza utilizzando la realtà virtuale, o ancora, si sottolinea che attraverso il miglioramento degli algoritmi e l’aumento dei dati disponibili verrà potenziata la georeferenzialità e dunque la possibilità di mandare messaggi agli elettori sempre più customizzati e in prossimità di manifestazioni e eventi.

Anche in Italia, abbiamo un esempio di nuova mediazione tra rappresentanti politici e cittadinanza che va oltre l’utilizzo della tecnologia nelle campagne elettorali.

La piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle è a tutti gli effetti un esperimento di democrazia diretta e partecipata che avvicina i cittadini al processo di decision-making e ai rappresentanti del proprio partito. Lex Europa, Lex Parlamento e Lex Regioni sono applicazioni che permettono a tutti i cittadini iscritti alla piattaforma di partecipare al processo decisionale inserendo contributi categorizzati come: “Integrazione”, “Modifica”, “Obiezione”, “Suggerimento” o “Vizio di forma”.

La tempistica è scandita dal software: i portavoce del Movimento in Europa, alla Camera e al Senato inseriscono le proposte legislative all’interno della piattaforma e gli iscritti hanno 60 giorni di tempo per proporre le proprie osservazioni. Trascorsi i 60 giorni il portavoce prende in considerazione ogni singola proposta e, se in linea con la visione del Movimento e non contraria con l’idea del proponente, viene inserita nel testo di proposta e depositata.

Vediamo come in questo caso non viene minacciato il ruolo della rappresentanza ma piuttosto valorizzato. Naturalmente, si può condividere o meno l’idea di democrazia diretta, si può criticare la proprietà dei dati ad oggi in mano al solo Davide Casaleggio, ma non si può negare la creazione da parte del Movimento 5 Stelle di una forma del tutto nuova di rapporto con l’elettorato attraverso la tecnologia.

Ci sono poi esempi di un utilizzo dei dati tutt’altro che virtuoso. Sono ormai noti i rapporti che hanno avuto seguito tra il team di San Antonio (Texas), dove era situato il quartier generale della campagna di Trump, e Cambridge Analytica.

L’agenzia britannica, stando alle parole del CEO Alexander Nix “ha collezionato 5 mila parametri su 220 milioni di cittadini americani, e usato oltre 100 variabili per dato, al fine di modellare l’identità di gruppi omogenei di pubblico, e predire il comportamento di persone con lo stesso stile di pensiero”.

Le raffinate analisi psicografiche operate dallo psicologo di Cambridge Alexadr Kogan, e messe in atto sfruttando alcune fragilità del sistema di sicurezza di Facebook, sono state utilizzate dal team di San Antonio per produrre notizie e meme falsi e micro-targettizati. Ad esempio, se il profilo psicologico di un cittadino del Michigan presentava spiccati tratti razzisti l’algoritmo provvedeva a far comparire sulla sua Home page di Facebook notizie false, atte ad esaltare per esempio, l’aumento della criminalità che i flussi migratori hanno provocato nella sua zona. L’obiettivo dei conservatori era duplice: dissuadere gli elettori della Clinton a non recarsi al seggio e convincere gli indecisi a propendere per Trump.

Un’attività siffatta mina i principi cardine della democrazia liberale. Tant’è che Paolo Bottazzini ed Emanuele Carelli nel bel libro Idee Virali: perchè i pensieri si diffondono si chiedono: “come si può legittimare un’istituzione fondata sul voto, se gli elettori non possono discriminare tra informazioni vere e false?”. È prerogativa del sistema democratico garantire ai propri cittadini il libero arbitrio che rischia invece di franare nel momento in cui l’individuo sceglie sulla base di informazioni false.

Come spiegano i due autori l’accaduto è il frutto di due fenomeni che meritano di essere considerati: la struttura dei social media basata sulla teoria delle reti ha trasformato la società fisica da piramidale a piatta (invece dei gradini i nodi) e come risultato ha innescato una riduzione della società alla sua mappa: chi detiene la mappa demografica e psicografica della cittadinanza può esercitare grande influenza, in positivo o in negativo. Non è un caso che il team di Trump abbia concentrato i propri sforzi sugli stati della Rust Belt, la Cintura di Ruggine che ingloba Pennsylvania, West Virginia, Ohio, Indiana, Michigan, Illinois, Wisconsin e New England. È lì che il software suggeriva di agire.

In conclusione, l’uso della tecnologia in politica si dispiega sempre più consentendo alle organizzazioni partitiche da un lato, di intensificare i rapporti con la cittadinanza costruendo un’infrastruttura digitale da affiancare a quella fisica e dall’altro, di prendere le proprie decisioni basandosi su dati certi e accurati. Ad oggi, come abbiamo visto, il ruolo della rappresentanza non viene messo da parte ma al contrario rinforzato dall’uso della tecnica, strumento che pare indispensabile per vincere le competizioni politiche e rinvigorire il rapporto con i cittadini.

Come dice Jamie Susskind in Future Politics uscito ad agosto: “nel XXI secolo, il digitale è politico”.

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